Locus of control, terza e ultima parte

L’altro pomeriggio stavo al mare con mia moglie. Facevamo il bagno contenti verso il tramonto quando lei, che a differenza di me sa nuotare, si immerge per fare alcune evoluzioni subacquee; riemerge con aria preoccupata perché dice di aver sbattuto la testa su qualcosa che sembrava un pallone, ma non essendoci nulla del genere nell’acqua trasparente, deduce quindi che doveva aver avuto un contatto con una medusa e che presto il suo corpo sarebbe stato pervaso da un dolore urente che l’avrebbe inesorabilmente portata all’ospedale entro poche ore. Mentre il dolore non accennava a comparire, con serafica calma mi guardavo intorno e nel mare non mi sembrava di scorgere nulla, quindi continuo a sguazzare sereno facendo l’unica cosa che so fare, cioè il morto a galla. Sebbene priva di sintomi medusei, l’angoscia a mia moglie non passa e per la sua diretta e la mia riflessa tranquillità ce ne torniamo sulla spiaggia, con lei messasi tesa e preoccupata a scrutare dal suo asciugamano con l’effige della regina dei delfini l’insidioso mare pullulante di invisibili e subdoli cnidari.

L’indomani, che avevo completamente dimenticato l’accaduto del giorno prima, andiamo al mare verso mezzogiorno e, com’era normale, sebbene la nostra spiaggia fosse una delle meno gettonate della costa, poiché riserva naturale priva di confort e attrattive per il mondo tamarro, nonché una delle più belle e come ben sappiamo ciò che è bello allontana gli orrendi (ahimè anche le similpornostar dai sederi sovraesposti che fanno parte della stessa genia), c’era parecchia gente, comunque tutte persone civili che si facevano i fatti loro ed erano tranquille e rilassate. In un raggio di venti metri intorno a noi, che stavamo ammollo contenti: famigliola felice ricostituita composta da un padre con due ragazze adolescenti e una madre con due bambine piccole (comunque è vero che i maschi si stanno estinguendo), gruppo di quattro donne di mezza età e completa obesità di tipo II, coppia di trentenni belli e atletici, altra famigliola naturale con bambini piccoli, un paio di uomini single sui sessant’anni incapsulati nel loro isolamento che prendevano il sole e varia altra umanità, indistinta nel mio ricordo.

Nonostante tutto andasse per il meglio nella pacifica giornata di sole, un’ombra attraversa la mente di mia moglie mentre nuota intorno a me, che come detto sopra rimango stazionario: “Mi sembra di aver sentito una medusa che mi ha sfiorato la gamba” “Io non ho sentito nulla e non vedo nulla” “Non sto tranquilla, meglio che esco” “Vabbè ti seguo che sono stato a mollo abbastanza”. E mentre usciamo troviamo un rappresentante della categoria umana più pericolosa per la nostra specie: una vecchia. L’anziana signora, probabilmente locale, era venuta sulla spiaggia solamente con il suo telo che aveva deciso di posizionare a due metri dalla nostra postazione, e dunque vede mia moglie frettolosamente uscire dal mare con me che le arrancavo dietro e in quel frangente l’istinto psicologico che mai mio malgrado si spegne nella mia testa mi innesca un senso di angoscia, prefigurando ciò che sarebbe accaduto nei secondi successivi. La vecchia, il cui sguardo era reso impenetrabile da neri occhialoni, approccia mia moglie sul bagnasciuga fissandola in viso con volto di pietra: “Ma che ci stanno le meduse?” “Sì signora sono uscita per questo” “O Madonna, ci stanno le meduse! (giungendo le mani e rivolgendo il volto al cielo con aria affranta e sgomenta)”, e subitaneamente dal mondo intorno a me “Ci stanno le meduse?” “Hanno detto che ci stanno le meduse, presto ragazze uscite dall’acqua” “È vero, dicono che ne hanno trovata una più avanti sulla spiaggia, era bella grossa” “Io sono un’infermiera e vi dico: bisogna stare attenti, ma non allarmarsi, so cosa bisogna fare” e indistinto brusio allarmato a seguire. Entro circa un minuto, nessuno era più nell’acqua, né alla mia destra, né alla mia sinistra; il padre delle ragazze di cui sopra scrutava il mare pronto alla battaglia con le caviglie lambite dalle onde, le ciccione si erano spiaggiate, la vecchia rassegnata a prendere il sole senza bagnarsi, le coppie raccolte a rassicurarsi, i bambini curiosi e preoccupati dell’agitazione degli adulti, i single prima incapsulati guardavano ora indifferenti il mare semi sdraiati a rosolarsi. Io guardavo la scena con un misto di frustrazione e desiderio di intervenire: “guardate, è tutto un malinteso, è mia moglie che è un po’ ansiosa”, ma non sapevo a chi dirlo perché ormai erano tutti dentro lo stesso stato mentale, quello della minacciosa e preoccupata allerta, e se la sarebbero presa con me perché sarei andato in contrasto con il loro stato emotivo condiviso e per il mio tentativo di decostruire la loro realtà sociale; “Me lo avevo detto Egidio che nello Jonio c’erano le meduse”, mi dice fra il divertito e l’imbarazzato mia moglie, che aveva perfettamente colto il danno sociale da lei involontariamente creato. E dunque i tre pensieri che il mio cervello ha prodotto (che non erano, specifico per i maligni, sesso, cibo e calcio, anche perché il calcio non lo seguo): “Caro Wundt, ti piace questa Völkerpsychologie?”, “Due ore così e torniamo in lockdown” e “Locus of control”.

Ed entriamo quindi nell’ultima parte del nostro discorso sulla fonte del controllo, quel processo mentale di attribuzione al Sé della responsabilità della propria vita che rende le persone libere e attive o sottomesse e passive verso gli eventi della loro esistenza. Nei post precedenti ho sviluppato riflessioni articolate su come sia facile spostare la nostra fonte del controllo da noi agli altri, di solito persone che fanno parte della nostra vita, ma anche verso persone irreali, come il nostro Io passato o gli antenati, ed entità idealizzate, come i genitori o l’universo. Rimangono ora da discutere tre ultime categorie assai presenti nella nostra quotidianità contemporanea che minacciano la nostra fonte del controllo: gli esperti, i maestri di vita e la religione. Ho cercato di farla breve, ma purtroppo sono verboso dentro e, come mi dice la mia amata Stefania Cola, le lenzuolate non me le posso risparmiare; leggete quindi solo i capitoli che vi interessano, o solo le frasi in grassetto, oppure niente, tanto l’aneddoto divertente lo avete già passato, e chi è sveglio può comprendere tutto già da quello.

 

ATTO TERZO, SCENA PRIMA: ESPERTI DI ASSERVIMENTO

 

Post di tale Alessandro Olivo del 10 agosto:

 

“Stamattina presto, stufo delle balle di Rubbia, e di Zichichi, stanco delle baggianate di Franco Prodi e Francesco Battaglia, professori emeriti di Climatologia e altre fesserie consimili, nauseato dall'incompetenza di questo scappato di casa a nome John F. Clauser, Premio Nobel 2023 per la Fisica, stimolato, invece, dalle riflessioni profonde e convincenti del Geometra Angelo Bonelli, e del super esperto in bricolage, Alessandro Gassmann (dotato di una incontestabile licenza media inferiore, conquistata gloriosamente col minimo dei voti), due eroi dei nostri giorni che si battono, a viso aperto, sulla responsabilità umana nei cambiamenti climatici, responsabilità legata in modo criminogeno alla iper produzione di anidride carbonica, ho preso il mio vecchio libro di Geografia delle elementari e ho fatto un po' di conti, una delle tante pessime abitudini di noi ignorantoni, indegnamente laureati in Ingegneria.

Nozioni di base.

L’atmosfera terrestre è suddivisa in cinque strati, chiamati sfere, che in ordine di vicinanza alla superficie terrestre sono: la troposfera, la stratosfera, la mesosfera, la termosfera e infine l’esosfera. La composizione chimica dell’atmosfera terrestre cambia in base allo strato: al suolo l’aria è composta prevalentemente da azoto (78%), ossigeno (21%), anidride carbonica (0,04%) e tracce di altri gas come il metano, l’idrogeno, l’ozono, il neon.

Di questo 0,04% di CO2, secondo conti pubblicati e consolidati dopo attente verifiche, e disponibili in letteratura, le attività umane ne producono il 3,5% della massa equivalente. Combinando questi due dati, si ottiene facilmente che l'uomo sarebbe responsabile di una produzione dello stramaledettissimo gas serra CO2 valutabile in una percentuale gassosa attiva pari a poco più dello 0,001% della massa totale dell’atmosfera presente al livello del suolo. In parole povere i cambiamenti climatici generati dall'iperproduzione di anidride carbonica (sic!) collegata ad attività antropiche pesano sull'atmosfera per una parte ogni centomila parti (1/100.000) della sua composizione.

In questo panorama catastrofico, i 27 paesi dell'Unione Europea sono riconducibili, a livello mondiale, a una produzione di CO2 intorno al 9%, risultando responsabili di un presunto inquinamento da CO2, incidente del 0,31% sulla produzione totale, mentre il rimanente 99,69% riguarderebbe il Resto del Mondo, cosa reputata in alto loco irrilevante e di nessun interesse. Come è noto, nella follia, recentemente ribadita, del programma green approvato dai nostri amatissimi rappresentanti in Europa, dovranno essere spesi migliaia di miliardi di euro, da qui al 2030, per ridurre le emissioni europee del 55%, portando l'incidenza europea a uno strabiliante 4,95%, sempre sul 3,5% prodotto dalle attività umane, cioè verranno sacrificati il futuro e il benessere economico di intere generazioni di popoli inermi per garantire all'umanità una diminuzione dello 0,14% sulla produzione dell'anidride carbonica legata alle attività antropiche, lasciando questa volta il 99,83% rimanente sempre al Resto del Mondo. Se poi, nel mentre, Cina, Stati Uniti, Russia e India, tralasciando tutti gli altri, avranno triplicato l'uso del carbone nei processi di trasformazione dell'energia, questo non importa. La cosa che conta è avere portato a casa un risultato così eclatante come la distruzione della già traballante economia europea e l’annichilimento del ceto medio, rozzo e poco informato, sempre ingrato e poco attento alle problematiche ambientali. Il tutto, chiaramente, in cambio di niente.

Corollario

Se si osserva la ricostruzione dell’andamento dell’anidride carbonica e delle temperature, in epoche geologiche, si nota che il periodo attuale è caratterizzato da una bassa concentrazione di CO2. Nel Cambriano, 540 milioni di anni fa, la CO2 atmosferica era di 7000 ppm (parti per milione), mentre i valori odierni sono di 400 ppm (circa 18 volte più bassi). La vita sulla Terra è basata sul carbonio. Tutti i composti strutturali degli esseri viventi: le proteine, i grassi, l’amido, la cellulosa e così via, sono formati da carbonio. Se per una ragione qualunque la sua concentrazione diventasse troppo bassa, la vita sulla Terra, come noi la conosciamo, finirebbe, perché il mondo vegetale smetterebbe di esistere. I consumatori primari e secondari, ossia gli erbivori e i carnivori, in nessun modo, potrebbero sopravvivere.

Piccola Bibliografia

1) Prentice I.C., Harrison P., Bartlein P.J., 2011, “Global vegetation and terrestrial carbon cycle changes after the last ice age”, New Phytologist, 189: 988–998. Vedere anche http://www.co2science.org/articles/V14/N34/EDIT.php

2) Simmon R., 2012, “Global garden, NASA Earth Observatory, based on data from Montana University – Numerical Simulations Terradynamic Group – NTSG (http://earthobservatory.nasa.gov/Features/GlobalGarden/).

3) Sitch S. et al., 2015, “Recent trends and drivers of regional sources and sinks of carbon dioxide”, Biogeosciences, 12, 653–679.

4) Zeng et al., 2014, “Agricultural Green Revolution as a driver of increasing atmospheric CO2 seasonal amplitude”, Nature, vol . 5015, 20 nov.”

 

E fra le varie risposte, perlopiù di apprezzamento, a questa analisi elegante ed essenziale, la classica perla:

 

“Ecco un altro che ha capito tutto... poveri noi!”.

 

La faccio breve e non mi dilungo sull’esporre le mie posizioni sulle note questioni che ci affliggono negli ultimi tempi, che certo non sono un mistero, ma vado diretto a far notare la differenza psicologica fra uno che ragiona con la sua testa (“ho preso il mio vecchio libro di Geografia delle elementari e ho fatto un po' di conti”) e un altro che invece ritiene che non sia lecito ragionare autonomamente, ma che bisogna avvalersi di non identificati altri, verosimilmente i cosiddetti “esperti” approvati dal governo poiché, essendo per definizione chi comanda etico, direbbe Hegel, non può che promuovere voci affidabili volte al bene del cittadino.

Inequivocabile il loro stato emotivo di fondo, nonché la robustezza e la solidità della loro personalità: il primo, padrone di sé perché in grado di pensare e di capire, il secondo che si identifica con un “noi” indistinto e in quanto tale debole e non vuole entrare nella comprensione delle cose perché ritiene di non esserne in grado, ma soprattutto ne ha paura. E quale sarebbe il pericolo? Ovviamente il conflitto di un uomo solo o in sparuta minoranza con l’ideologia dominante, con tutto quello che comporta in termini di vita quotidiana (ce lo ricordiamo il GreenPass/Ahnenpass, giusto?) e alle cose orribili che ha comportato nel corso della Storia. Tale meccanismo sociale si ripete a qualsiasi livello di grandezza, per cui nelle scuole l’esperto è l’insegnante anche quando lo studente ne sa di più, e nelle famiglie è uno dei maschi dominanti anche se una delle figlie ha molta più cultura e competenza. L’esperto designato e riconosciuto socialmente dà sicurezza ai deboli, che non vogliono sforzarsi di conoscere e delegano a lui la propria fonte del controllo, divenendone di conseguenza alfieri disposti alla violenza quando una voce si leva a contestare il loro padrone.

Il pensiero libero e la conoscenza sono una forma di potere, e il potere personale non piace a chi ne ha uno dichiarato; da qui l’invenzione degli esperti e della necessità di un’autorizzazione riconosciuta (solitamente un titolo di studio o un ruolo governativo) per poter discutere una qualsiasi questione. E la faccenda è vecchia quanto il mondo se pensate che Cicerone, nella sua opera teologica “De natura deorum” del 44 a.C., formula il suo commento polemico “ipse dixit!” proprio per contestare il modo in cui nella scuola pitagorica, per convalidare le verità asserite, si dichiarava che erano state formulate dallo stesso Pitagora; la stessa affermazione, trasformata da critica a formula difensiva, sarà poi ripresa nel Medioevo per sostenere le verità aristoteliche tramite il principio di autorità. L’origine teologica del problema ci fa anche comprendere come il parere dell’esperto designato sia in realtà un’affermazione di valore religioso, capace di portare al martirio coloro che ci credono; chi delega ad altri il proprio locus of control mette nelle loro mani la sua stessa vita, dunque è ragionevole che per essi possa sacrificarsi.

Nell’antichità gli dèi comandavano, i re a loro sottoposti governavano il popolo e i sacerdoti diffondevano la conoscenza che questi trasmettevano; oggi il processo è uguale, cambiano solo le etichette. Chi detiene il sapere possiede il potere di comprendere la realtà e di intervenire su di essa attraverso la tecnica, che è conoscenza applicata, sia essa la magia o l’ingegneria, chi non lo ha deve affidarsi ad altri per risolversi i problemi, anche quelli che riguardano il proprio stesso corpo, il che è ovviamente assurdo e contro natura. Il controllo dell’informazione e delle istituzioni che la veicolano è fondamentale per chi comanda: le innumerevoli riforme che riguardano la scuola e il finanziamento dei mass media ne sono la prova. Dalle arti liberali infarcite di cattolicesimo nel Medioevo alla cancel culture statunitense odierna, in ogni realtà sociale nel corso della Storia la diffusione delle conoscenze e quindi l’istruzione è ideologizzata, e sarà sempre così fintantoché esisterà un’entità di controllo protesa a mantenere il potere su un cittadino-schiavo, deprivato di quella coscienza e conoscenza critica che lo renderebbero capace di pensare e dunque di contestare.

“Pentiti che devi morire!” ci fa sorridere, mentre “Se non ti vaccini muori e fai morire” molto meno. Perché? Il contenuto delle due affermazioni è sostanzialmente identico, sono affermazioni autoritarie, irreali e illogiche, ma la seconda dà inquietudine perché l’autorità che l’ha promossa è ancora viva e vegeta e continua a lottare esplicitamente contro di noi. Opporsi a Dio oggi non fa paura a nessuno (se non vivi in un paese islamico o induista), mentre mettersi contro l’ideologia legittimata vuol dire non poter accedere ai servizi sanitari, non poter prendere un titolo di studio o perdere il lavoro (in Canada come in Cina anche vedersi bloccato l’accesso al conto in banca; pensate quando i contanti spariranno). A riguardo consiglio la lettura di “Governare con il terrore”, un’importante opera di Giorgio Bianchi che mette in luce come la paura induca le persone a delegare a terzi il proprio locus of control perché, aggiungo io, tanto più aumenta l’attività limbica di amigdala e formazione reticolare, quanto più la corteccia prefrontale viene inibita, trasformando la gente in un branco di animali spaventati capaci di calpestarsi a vicenda per mettersi in salvo, come di precipitarsi in un baratro perché il pastore li indirizza da quella parte.

Per contro, anche se alle persone si può togliere la vita e la libertà del corpo, quella del pensiero è insopprimibile, ed è quella che infatti spaventa di più chi vuole sottometterci. Grazie ad internet e anche ai social, la cultura è oggi disponibile per tutti in modo pressoché gratuito (benedetto sia Z-library, quello vero con i libri illegalmente scaricabili), ma richiede alcuni presupposti di buon senso perché la si possa acquisire e liberarsi della dipendenza da sedicenti esperti:

  1. Non esiste la verità scientifica; il piano delle verità è solamente religioso. La scienza adotta metodi di raccolta e interpretazione dei dati che costituiscono modelli logico-matematici che descrivono la realtà, ma tali rappresentazioni sono sempre parziali, errate in un certo grado poiché contemplano un certo margine di errore, falsificabili dai fatti e dalla logica e sostituibili con altri modelli. Dunque le conoscenze scientifiche sono sempre parziali e temporanee, comprese quelle della fisica e della matematica; chiunque vi dica il contrario vi sta imbrogliando. Un modello scientifico è valido se le affermazioni prodotte grazie ad esso predicono sviluppi futuri e hanno riscontro negli accadimenti del mondo senza essere disconfermate da questi; una singola prova contraria è sufficiente per invalidare l’intero modello, che non ha tenuto conto di variabili importanti (troverete da soli innumerevoli esempi). Quando un modello ha validità statistica, cioè un margine di errore molto ampio (uno su cento, ma più spesso uno su venti), non dovrebbe essere utilizzato per questioni umane, come l’edilizia o la medicina, perché il rischio di danneggiare persone inconsapevoli è molto alto, e chi lo fa ha evidentemente interesse a che questo avvenga, di solito per lucrarci sopra.
  2. I documenti e le fonti sono tutti falsificabili e non costituiscono il dato, ma il modo e il mezzo in cui il dato è raccolto, dunque non devono mai essere creduti affidabili in quanto tali. Una foto degli anni ’60 come un antico papiro egizio o un video di YouTube sono documenti, e ciò che è rappresentato in essi, un paesaggio, la biografia di un faraone o persone che fanno cose, sono dati e sono sempre falsificabili in qualche grado: la foto può essere ritoccata, il papiro può raccontare menzogne, le persone videoregistrate possono recitare. Cercare una convergenza di fonti diverse, meglio se in franca opposizione fra loro e che giungono a conclusioni opposte, confrontandole con la propria stessa esperienza, e applicare la logica ai dati raccolti, sviscerando i ragionamenti degli altri per vedere chi vi convince di più, avvicina molto alla verità dalla quale quei dati emergono.
  3. La realtà è sempre logica e razionale, poiché l’universo è fondato sulla matematica. La logica è roba complessa, ma in pratica riguarda la definizione univoca degli oggetti di cui si discute e l’applicazione di procedure deduttive partendo dalle loro proprietà, di modo che le affermazioni prodotte non entrino in contraddizione fra loro e con il dato di realtà. Partendo dai dati più semplici e aggiungendo sempre più informazioni logicamente coerenti, chiunque può arrivare a comprendere ogni argomento dello scibile umano, e ricordate sempre che la verità si raggiunge per confutazione, non per affermazione. Meglio cercare le prove contrarie ad un’affermazione che contemplarne la robustezza; se niente la disconferma, allora è ragionevole che dica il vero.

Insomma ragazzi e ragazze, studiate e leggete, basta postare foto sui social e fare inutili cazzate, o sempre schiavi rimarrete! Parlando del mio mondo, una marea di colleghi semianalfabeti che hanno studiato solo su diapositive e dispense o sui libretti scritti dai loro professori, imparandone i contenuti a memoria il giorno prima dell’esame, o che sono rimasti a teorie e conoscenze di decenni fa, oggi fanno gli esperti e scrivono libri in cui trasmettono solo la loro ignoranza e supponenza; questi sono gli esperti di cui vi fidate? Pensate che nell’economia, nella medicina o nella geologia sia diverso? Non vi fate coglionare dal primo servo prezzolato, ma leggete e studiate e vivete nel mondo, la verità vi renderà liberi perché una conoscenza ampia vi farà padroneggiare la complessità della vita e vi metterà in condizione di scegliere con saggezza. Spegnete la tv, accendete il cervello.

 

ATTO TERZO, SCENA SECONDA: SIATE MAESTRI DI VOI STESSI

 

Una variante interessante del dominio degli esperti è quella dei maestri di vita, ovvero persone che immaginano di aver raggiunto una qualche condizione di superiorità e che intenzionalmente ed esplicitamente vogliono insegnare come campare alle altre persone che ritengono, per definizione, inferiori a loro per un qualche motivo. Specifico che non sto parlando di un insegnamento tecnico, come le ripetizioni di matematica o le lezioni di arti marziali, né tantomeno di una persona assunta, magari a sua insaputa, come modello da qualcun altro, ma di un rapporto formale di dominanza-sottomissione nel quale un individuo assume un ruolo paternalistico o maternalistico (e può essere anche davvero il padre o la madre o un altro parente), verso altri che assumono intenzionalmente la parte di figli bisognosi di guida e illuminazione.

Nella mia personale esperienza, aldilà di individui cialtroni che si spacciavano per maestri di vita che ho incontrato nel mio percorso formativo, avevo uno zio da parte di padre, ora deceduto come tanti per malpratica medica, divenuto ricco per aver messo in piedi delle fabbrichette vincitrici di vari appalti pubblici. Questi aveva acquisito una specie di borgo medievale per viverci con la sua famiglia allargata, ed entro le proprietà della sua tenuta spiccava un busto di marmo bianco rappresentante egli stesso, un quadro ritraentelo a grandezza naturale che campeggiava in un suo salotto, e alle sue feste di compleanno non mancavano giullari che lo deliziavano con poesie ispirate alla sua munifica persona (oltreché interi maiali porchettati dei quali ho un ricordo nostalgico). Grazie anche alla saggezza di mia madre, l’ho frequentato poco e, acquisita l’età della ragione, l’ho trovato incompatibile con me; delle nostre poche interazioni ricordo però come pretendesse attenzione e asservimento incessante e come i suoi consigli, apparentemente benevoli, fossero ordini; in ogni conversazione doveva spiegarti qualcosa sulla vita e quasi tutti i suoi congiunti pendevano dalle sue labbra, cercando di imitarlo o di obbedirgli al meglio.

Altri supponenti maestri di vita li ho conosciuti dentro psico-sette di Qi Gong che elargivano verità inventate a seguaci bambacioni, o in una cena a casa di un’amica dove il figlio adulto, dalla personalità carismatica ma di scarso spessore intellettivo e culturale e trabordante narcisismo, veniva considerato dai numerosi amici di famiglia presenti una specie di santone dalle cui labbra pendere adoranti. Insomma, persona bisognose di dominare il prossimo per rinforzare la loro personalità debole non mancano mai.

Mio zio era una persona che, come tante, riteneva che il fatto di aver prodotto soldi gli desse una sorta di ascendente sulla vita degli individui, mentre altri coltivano analoga convinzione perché hanno accumulato titoli, sviluppato una competenza in qualcosa, vinto gare sportive, viaggiato molto all’estero, letto qualche libro di esoterismo, ottenuto importanti incarichi o riconoscimenti pubblici, avere un po’ di seguaci sui social, essere giovani, belli e ricchi, o semplicemente aver fatto figli o aver raggiunto l’anzianità. Nel mondo contemporaneo personaggi pubblici come i potenti Silvio Berlusconi e Steve Jobs, come i bah Greta Thunberg, Andre Agassi, Carlo Cracco, Roberto Saviano e la da poco dipartita Michela Murgia per citarne alcuni, o la schiera degli spiriti ascesi fra cui il prorompente Osho Rajneesh (quello vero), l’imprenditrice Selene Calloni Williams, il diafano Thich Nhat Hanh, e potrei citarne innumerevoli altri fra cui molti nostrani, si sono tutti presentati in modo più o meno esplicito, e sono stati considerati da molti a vario titolo, maestri di vita, magari perché sanno che vino abbinare al pesce o perché snocciolano sciocchezze da carta per cioccolatini. Insieme a questi, nella categoria “uno di noi”, una pletora di influencer che, grottesco ma vero, vogliono pure loro insegnarci qualcosa, e ancora più in basso per numero di persone raggiunte abbiamo maestri d’arte nelle accademie, professori di storia e filosofia nei licei, istruttori di discipline orientali nelle associazioni culturali, maestri di arti marziali nelle palestre e teppistelli di quartiere davanti alle scuole, nonché parenti di vario ordine e grado a casa vostra…

Mamma mia che palle! Ma davvero pensate che anche solo uno di questi abbia qualcosa da insegnarvi sull’esistenza? Che ne sappia più di voi sulla vita? I più noti fra costoro possono spiegarvi al massimo come fare soldi e scalare gli status sociali stringendo le mani giuste e sfruttando la semplicità del popolino con quel poco di carisma che hanno, che certo male non fa, ma il resto lo dovrebbero imparare loro per primi.

Chi capisce qualcosa della vita la prima cosa che fa è rendersi umile e sottrarsi alla visibilità, perché la principale grandezza umana è la presa di coscienza della propria mediocrità. Socrate, classe 470 a.C., di famiglia benestante, imparò dal padre il mestiere di scultore, fra i quaranta e i cinquant’anni combatté come soldato semplice dimostrandosi eroico, incredibilmente resistente e altruista, pure si sposò ed ebbe tre figli, fu filosofo, gaudente e bevitore leggendario, cittadino virtuoso e morigerato, divenne politico di spicco e per le sue posizioni etiche e anticonformiste fu processato e condannato a morte per sua stessa provocazione e si inflisse la condanna, piuttosto che esiliarsi dalla sua città, rassicurando i suoi amici mentre moriva e ringraziando gli dei con l’ultimo suo respiro. Non scrisse una sola riga della sua ampia dottrina filosofica, che conosciamo prevalentemente dagli scritti di Platone, suo discepolo, la quale ruota tutta intorno alla messa in discussione di ciò che si crede di conoscere, compresi sé stessi, per arrivare alla verità delle cose. Ecco, lui aveva compreso il senso della vita, e certo non si metteva in piazza a raccontarlo, né si faceva pagare per insegnarlo, come i Georges Ivanovič Gurdjieff del mondo, che conoscono segreti-segretissimi-che-solo-loro-sanno-perché-depositari-di-un’antica-sapienza-iniziatica, ma te li raccontano pure a te se gli dai due spicci. Degli individui citati quali fra loro anche solamente si avvicinano alla grandezza socratica? Di chi ci ricorderemo fra due millenni e mezzo? Ve lo dico chiaro: di nessuno, e meno male!

Anziché ascoltare e guardare adoranti questo e quello, sganciare fior di soldi per assorbire una sapienza immaginaria, celebrare le gesta fantastiche del vostro beniamino, sentirvi sotto a gente più mediocre di voi, leggetevi non dico Platone che espone le idee di Socrate, capisco possa essere troppo mentre vi fate un selfie a faccia/culo/addominale scolpito e cercate freneticamente due parole da abbinarci su frasicelebri.it per fare il post di Instagram acchiappa like dalla caratura introspettiva, ma almeno la lettura dell’opera del bravo Sheldon Kopp “Se incontri il Buddha per la strada, uccidilo” la potete fare, e vi farà molto bene.

Dentro di voi avete tutti gli strumenti per analizzare con saggezza la vostra esperienza di vita, cosa è buono per voi e cosa no, e tutto ciò che vi serve è imparare quando dire sì e quando no, comprendendo che siamo tutti sulla stessa strada e che ciascuno è utile per imparare qualcosa, nessuno è indispensabile alla vostra vita, e che voi siete pari a tutti gli altri. Tutto il resto, ai fini della crescita interiore, non serve a nulla: riportate in voi stessi la fonte del controllo.

 

ATTO TERZO, SCENA TERZA: “NÉ DÈI, NÉ RE. SOLO L’UOMO”

 

Questa frase veniva utilizzata nella storia di un videogioco sparatutto con il quale mi dilettavo nell’ormai lontano 2007, Bioshock, ed era il concetto guida di una città sottomarina in rovina, “Rapture” (estasi), iscritto su un drappo all’ingresso della stessa, nella quale per accidente veniva intrappolato il nostro personaggio; in questa metropoli le persone avevano completamente liberato sé stesse da ogni guida etica e morale al fine di una crescita senza fine, divenendo però così dei mostruosi pazzi omicidari che dovevamo ammazzare, appunto, per sopravvivere e riguadagnare la libertà. Neanche a dirlo, ‘sto gioco l’ho consumato, compresi i suoi due seguiti… capite poi perché uno diventa come me? Sappiate che i videogiochi fanno male, non ci fate giocare i vostri figli.

Fatto sta, il concetto mi intrigava e dopo debito approfondimento ho compreso che era tratto dall’oggettivismo di Alisa Zinov'evna Rozenbaum, nota ai più come Ayn Rand O'Connor, una filosofa e scrittrice russa di origini ebraiche, i cui libri sarebbero oggi proibiti nella NATO se non si fosse naturalizzata statunitense. Riassumo il suo credo: i principi oggettivisti comprendono il razionalismo, cioè la ragione come guida delle azioni umane, il diritto di esistere per sé senza obbligo di sacrificarsi per una morale, il rifiuto della violenza per propagare i propri valori, la ricerca della felicità come scopo della vita, la concezione dell'essere umano come eroico, la logica e le scienze empiriche come valore assoluto e una metafisica atea in cui si crede che anima e corpo siano la stessa realtà e che l’universo sia benevolo, ovvero che premia con successo e benessere chi vive secondo i principi elencati sopra. L'egoismo razionale di Ayn Rand implica l’amare sé stessi e promuovere l’amore per gli altri come una fonte naturale di piacere personale, astenendosi dal danneggiare chicchessia; considera però immorale sacrificare la propria persona o i propri cari per beneficiare sconosciuti. Per questa filosofia una persona dovrebbe esprimere virtù importanti come l'orgoglio, la razionalità, la produttività, l'onestà, il senso di giustizia, l'integrità, il coraggio, l'indipendenza, la parsimonia, l'ambizione; l’arte viene promossa in ogni sua forma e il cittadino deve sempre impegnarsi a creare qualcosa di cui la società possa beneficiare. L’oggettivismo promuove di conseguenza il capitalismo e il liberal-statalismo minimalista, con l’accettazione di ogni libertà personale, anche auto-distruttiva, e il rifiuto di ogni obbligatorietà (pure il pagamento delle tasse doveva essere volontario; magari!) e di ogni sussistenza statale, compresa quella sanitaria e scolastica.

Ayn Rand è perciò la paladina di una fonte del controllo totalmente interna, in cui letteralmente non si deve niente a nessuno; massima libertà per completa responsabilità, ed è una fonte d’ispirazione di chiunque voglia promuovere sé stesso sfruttando al massimo il suo potenziale. Grandi nemici dell’oggettivismo sono dunque i credo religiosi di qualunque genere, perché portatori di una morale ancorata nel trascendente che non solo limita la libertà della persona, ma la spinge anche a ordinare la società secondo le stesse credenze e prescrizioni (la Rand considera tollerabile infatti solo la pratica privata delle religioni).

Effettivamente, se l’etica riguarda le norme sociali che indicano come agire in modo utile e apprezzato dalla comunità, la morale attiene alle categorie del bene e del male e si basa dunque su un giudizio di valore che parte da una prospettiva assoluta, non mediata dal patto sociale. “Non uccidere” è un’affermazione assoluta, dunque morale, che non contempla gradi di libertà, mentre il reato di omicidio, concepito all’interno dell’etica sociale, può anche non essere tale se ad esempio si uccide qualcuno per legittima difesa. Le religioni, fin dall’origine dell’umanità, contengono la morale che ispira la nostra razza: nella concezione animistica bisognava onorare il mondo naturale e gli antenati, nelle religioni antiche era necessario conformarsi al sempre mutevole volere degli dei, mentre in quelle più moderne ci si deve conformare ad una legge cosmica, espressione diretta del dio supremo. Limitandoci alle religioni che tutti conosciamo, nel buddhismo, nei culti estremo-orientali e nella spiritualità neo-pagana contemporanea l’individuo si centra su di sé e non si cura degli altri, se non trattandoli benevolmente quando è costretto all’interazione con loro; nell’induismo tutto ruota intorno alla legge del karma, in base al quale il ruolo sociale attuale è il prodotto della benevolenza delle azioni verso gli altri compiute in questa e nelle innumerevoli vite precedenti, nonché intorno all’adempimento dei doveri legati al ruolo che si ricopre (intoccabile, servitore, imprenditore o lavoratore, guerriero o nobile, sacerdote); nell’ebraismo come nell’islam si osserva un sistema di prescrizioni che preservano la comunità dei credenti e ne promuove la prosperità regolando il rapporto con gli esterni, da ignorare o eliminare in varia misura; nello zoroastrismo come nel cristianesimo il credente deve invece promuovere il bene beneficiando il suo prossimo chiunque sia, personale e comunitario, anche sacrificandosi personalmente se necessario. Nelle diverse religioni i relativi comportamenti morali sono per definizione considerati un mezzo voluto dal dio per avvicinare l’uomo a sé, garantendo un benessere temporaneo o permanente alla sua anima immortale, quando soggetta o meno alla reincarnazione. In molte concezioni nemmeno esiste la volontà o la libertà umana, poiché tutto è già stato stabilito dal dio, e le persone che ci credono accettano la loro esistenza presente senza cercare di elevarsi o di cambiarla.

Chi crede davvero delega dunque la propria fonte del controllo al suo dio, il quale non comunica direttamente al credente la sua volontà, ma si esprime attraverso una serie di richieste comportamentali stabilite dai suoi intermediari storici, che limitano in vario grado la libertà dell’individuo e ne regolano il rapporto con gli altri, stabilendo quali siano le azioni moralmente accettabili e quali no. Chi crede risolve il problema del conflitto fra la volontà sua e quelle degli altri perché segue le direttive del suo dio, che per definizione è posto sopra ogni altra cosa (noi psicologi maliziosi tendiamo però a pensare che i credenti spesso interpretino le prescrizioni religiose in modo da farle aderire alle proprie scelte, piuttosto che agire come prescrivono le fonti sacre, giustificando così le loro azioni deliberate come espressione di un credo religioso esterno). In ogni caso, quando la propria religiosità viene promossa da una comunità di credenti la persona tenderà a delegare ai leader della stessa la sua fonte del controllo (sottomissione ad un maestro), altrimenti, se questa viene vissuta interiormente, il proprio locus of control verrà spostato ad un’entità esterna la cui volontà è contenuta nei testi sacri, più o meno conosciuti e compresi da chi ne adotta le prescrizioni.

Sia come sia, le credenze religiose limitano dunque la libertà personale come tutte le altre fonti di esternalizzazione del locus of control affrontate fino adesso. Non possiamo però ignorare che una visione come quella dell’oggettivismo, oltre a promuovere la crescita e l’espressione dell’individuo, sia sposata anche dal Nuovo Ordine Mondiale e in generale della filosofia capitalistica egualitaria e iperliberista portata avanti dalla massoneria fabiana, per cui chi è in svantaggio difficilmente potrà elevarsi e, in linea con la sensibilità nazista, è allora opportuno che muoia in miseria o venga eliminato dallo Stato. Nei paesi più avanti con l’agenda 2030 del NWO, come il Canada, l’eutanasia viene infatti ordinariamente proposta a chiunque sia in condizione di indigenza e richieda un aiuto statale, anche solo un ausilio per salire le scale a fronte di una condizione di invalidità fisica stabile. Se non puoi essere forte e contribuire alla società, allora sei inutile.

Insomma, una fonte del controllo totalmente interna può portare a comportamenti che la maggior parte di noi sente essere ingiusti e mostruosi (perché siamo condizionati, direbbe la Rand), e infatti il suddetto videogioco ipotizza che la loro applicazione porterebbe ad un degrado umano irrisolvibile, una previsione di ovvio buon senso. D’altro canto, se la fonte del controllo viene portata fuori di sé, come abbiamo visto precedentemente, l’individuo tende a non realizzare niente per sé stesso, e nella migliore delle ipotesi agirà come strumento di qualcun altro che tenderà a sottometterlo e a renderlo dipendente, con conseguente sofferenza e disagio psicologico della persona. Come trovare allora un giusto equilibrio?

Il buon senso suggerisce di assecondare le esigenze degli altri su di noi quando queste non interferiscono con i nostri obiettivi, ma la faccenda non è facile da equilibrare. Non a caso, ogni volta che dico a qualcuno che deve investire su di sé, questi mi risponde “quindi devo diventare un egoista?”, proprio perché risulta difficile concepire una promozione di sé che benefici anche gli altri, che solo in parte è infatti possibile, perché se inizi a pensare a te stesso chi prima ti sfruttava perderà un vantaggio importante e ti accuserà appunto di essere diventato egoista e insensibile, se non pazzo e pericoloso. Insomma, una soluzione vera che renda l’individuo libero di definirsi e di promuoversi e al contempo inserito in una rete di relazioni non sembra davvero esserci, ma ritengo che la risposta a questo dilemma (assente solo nei rapporti di amore vero che vedono entrambi i membri di un rapporto intenti a promuoversi) sia nell’aderire ad una dimensione morale della vita che nasca da una prospettiva interiore o, se viene da fuori di noi, che si conformi pienamente ad essa.

Chiunque di noi, riflettendo su di sé, può arrivare a sentire che qualcosa, diverso da persona a persona (soprattutto fra credenti e materialisti, per la fede nella sussistenza dell’anima e/o in un destino già scritto), è assolutamente vero e giusto al di là della comprensione razionale, e non importa se dà beneficio personale o soddisfa i propri bisogni, potrebbe anzi comportare privazione e sacrificio. Poiché questo sentire nasce da noi stessi, rendere questi valori personali una guida normativa, delegando loro le nostre scelte difficili, darà una felicità altrimenti mai raggiungibile. Questo personale complesso di virtù e verità è radicato nel nostro Sé superiore, la parte di noi che emerge quando il potenziale interiore viene completamente realizzato e i cui echi sono presenti nel subconscio, e farlo diventare il faro che illumina la nostra vita, esternalizzando in una dimensione idealizzata la fonte del controllo interna, ci permetterà di trascendere le situazioni rimanendo dentro di esse, assumendo una percezione analoga a quella divina, almeno come la possiamo immaginare, coscienti sia del nostro limite potenziale che delle strade che si dipanano davanti a noi per realizzarlo.

Come pare fosse scritto nel tempio di Apollo a Delfi: “Conosci te stesso. Nulla di troppo, ottima è la misura, non desiderare l'impossibile”.

 

Credendo, vides!

 

P.S.: Se qualcuno pensa che io possa essere o mi voglia presentare come un maestro di vita, sappia che in realtà imparo quello che scrivo dalle persone comuni con cui parlo quotidianamente, e che per me sono maestre di vita non meno di quanto lo sono io per loro, e così tutti voi che mi leggete, che mi aiutate a migliorarmi ogni giorno di più.